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Barra di controllo


29 aprile 2009

La gnocca e la politica italiana

I media e i politici italiani sono impegnati in una discussione sensazionale sulle Veline. Si discute di Lato A, di Lato B, di gnocca, di bionde, di more, di diciottenni, di ventenni e così via. Si discute se una possibile candidata è troppo bella per candidarsi, e si discute se una bella può anche essere intelligente, oppure se solo le brutte possono sapere quando è stata scritta la Divina Commedia. Che poi ricordate il casino sulla candidatura e poi sulla nomina a ministro di Mara Carfagna? Ecco, ora, dopo quasi un anno, si scopre che la Carfagna è uno dei migliori politici di centrodestra (lo dice Franceschini).

In tutto questo si inserisce con una mail (?!) la moglie del premier italiano, Veronica Lario, già in passato abbastanza suscettibile sull'argomento gnocca. Ovviamente in un contesto come il nostro, cioè senza opposizione, la posizione della moglie di Berlusconi va a finire direttamente in prima pagina di Repubblica, senza passare dal Via. Una posizione legittima, forse un po' pesante, ma sostanzialmente condivisibile.

Io vorrei soltanto sottolineare un aspetto. Con questa storia della gnocca, non si parla più di candidati impresentabili, di quelli veramente osceni e indegni, e perchè? Perchè sono realmente spariti (e allora forza gnocca) o perchè la gnocca tira di più (e allora siamo tutti fessi)?


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23 aprile 2009

Il 25 aprile sinistro

Nel 2003 a sperimentare le durezze della sinistra regressista fu Savino Pezzotta, segretario della Cisl. Un antifascista coerente. Ma alla piazza rossa non piaceva, la sua colpa era di aver firmato il Patto per l’Italia proposto dal governo Berlusconi. Andò peggio nel 2005, col centrodestra al governo, l'opposizione decise di fare una giornata di lotta in difesa della Costituzione. Nel 2006, governo Prodi, Letizia Moratti e suo padre, un vecchio partigiano ora in carrozzella dovettero abbandonare il corteo. In piazza Duomo furono bruciate le bandiere di Israele e della Brigata Ebraica.


Gianpaolo Pansa per il Riformista, continua qui.


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22 aprile 2009

Lo criticano, lo insultano ma poi lo imitano (in ritardo, come sempre)



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21 aprile 2009

Fantasia al potere

Alcuni dei più curiosi simboli elettorali presentati per le prossime Europee. Certo che questo "Dr. Cirillo" ne ha di fantasia!

  
  
  
  
  
  
 
 


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20 aprile 2009

E ora l'Europa segue l'Italia...

Come volevasi dimostrare, Ahmadinejad non ha resistito e, in barba agli inviti alla moderazione di Mister Ban Ki Moon, bell’addormentato nel bosco, e della scandalizzata Miss Navi Pillay, Alto Commissario per i Diritti Umani, si è lanciato in un discorso aberrante che aveva come obiettivo principale Israele: senza nominarlo mai, ha criticato l'insediamento di un “governo razzista” nel cuore del Medio Oriente dopo il 1945 . I delegati dell’Unione Europea, che non avevano voluto seguire l’Italia (primo Paese a dire NO a Durban II) nella decisione di snobbare il raduno dei neonazisti in feluca, si sono immediatamente alzati in piedi ed hanno lasciato la sala, tra gli applausi di scherno dei partecipanti islamici ed il beffardo sorriso del Presidente iraniano (qui il VIDEO).

Frattini, da Berlino, ha prontamente sottolineato che “l'Italia fin dall'inizio non ha voluto partecipare a un'occasione avrebbe potuto risolversi in una cattiva occasione utilizzata per incitare all'odio anti-israeliano”. Anche Emma Bonino ha sottolineato la lungimiranza dell’Italia alla quale si sono accodati, purtroppo solo a cose fatte, gli altri Paesi europei”.  La figuraccia, a questo punto, è tutta francese. Per settimane Parigi sembrava incerta sulla partecipazione, poi, d’improvviso, Kouchner annuncia che a Ginevra ci sarebbe andato (pronto però ad alzare i tacchi). Ora, dopo l’ennesimo show del satrapo persiano, dice che “non è possible alcun compromesso di fronte alle dichiarazioni anti israeliane di Ahmadinejad”.

Certo, meglio tardi che mai, ma se questo è il senso di Unione che si ha in Europa, forse è meglio tornare al vecchio sistema di Westfalia…


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20 aprile 2009

Durban II, manca solo Hitler

Ahhhh, l’ONU… questo dinosauro sessantaquattrenne che oltre a non decidere praticamente nulla (neppure una condanna di principio al lancio di un satellite nordcoreano che avrebbe dovuto trasmettere gloriosi inni rivoluzionari dallo spazio), quando raramente prende posizione su qualcosa fa delle cazzate colossali, degne del miglior Mr Bean. Ci sarebbe da ridere, se non fosse che questa organizzazione fondata sulle più grandi utopie della storia (la pace universale, il bene per tutti, eccetera eccetera) giunge a patrocinare, e magari ad organizzare, Conferenze che alla fin fine hanno come unico obiettivo quello di dire che sì, gli ebrei sono dei farabutti, dei razzisti, che l’Olocausto è stata una sbavatura di qualche storico particolarmente intimo della bottiglia. Dopo lo sconcertante precedente del cosiddetto “Durban I”, quando nel 2001 i negazionisti e i fanatici si lanciarono in uno show cui mancava solo l’invocazione dell’anima di Eichmann, alcuni Paesi (Italia, Stati Uniti, Israele, Canada, Australia, Germania e Olanda) hanno rinunciato ad andare nella pacifica Svizzera per assistere al summit delle schifezze e degli orrori. Gran Bretagna e Francia invece ci saranno, benché i loro ministri degli Esteri siano “pronti ad alzarsi da quella sedia in caso di attacchi ad Israele”.

Nonostante la preparazione del documento finale sia stato più faticoso di un parto plurigemellare, con limature durate mesi che hanno portato all’inevitabile cancellazione della parola “Israel” dalla bozza conclusiva, il prologo di "Durban II" non è stato dei migliori. Un Ahmadinejad in gran forma ha esordito ieri, dopo aver amabilmente scherzato con il Presidente della Confederazione elvetica, sostenendo che i sionisti saccheggiano le ricchezze mondiali controllando i centri di potere nel mondo. Hanno creato le condizioni perché non si possa dire nulla di questo fenomeno diabolico. Il delirio dell’unto iraniano è poi proseguito, accostando più volte il termine “razzismo” agli ebrei. Ovviamente il tutto è fatto anche in vista del delicato voto presidenziale del prossimo giugno, in cui il buon Mahmoud potrebbe rischiare di vedere eroso il suo consenso in modo abbastanza importante. Dalle prime immagini che i media hanno trasmesso, abbiamo notato un ingessatissimo Ban Ki Moon dirsi preoccupato e stupito dall’assenza di alcuni membri dell’ONU alla reunion ginevrina, mentre l’Alto Commissario per i Diritti Umani (sic!), Lady Navi Pillay si è detta addirittura “scioccata e profondamente dispiaciuta” dalla decisione degli Stati Uniti di non intervenire. Fa specie che Madame Pillay non abbia provato lo stesso dispiacere e gli stessi patemi anche in occasione delle bordate da raduno neonazista che i vari dittatorucoli del terzo Mondo (vedasi pure il caro Mugabe) hanno lanciato contro il Governo di Tel Aviv.

L’ONU ormai è questa, c’è da rassegnarsi: un gigante superato dalla storia e dagli eventi quotidiani. Il mondo è cambiato, i 50 Stati fondatori sono diventati nel frattempo più del triplo. E’ un’assurdità che le sorti del Pianeta (in teoria dovrebbe essere così, nella pratica ovviamente e fortunatamente no) debbano essere determinate da un salotto di quindici signori tra cui cinque con un potere di veto fuori da ogni logica del XXI secolo. Eppure non cambierà. Rimarrà così com’è: un Palazzo statico che spende (e spande) e che si dedica ad organizzare improbabili vertici sul razzismo, con Ahmadinejad e sodali a farla da padroni. In pratica,  come mettere Totò Riina a presiedere l’Antimafia…


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16 aprile 2009

La balla dei 400 milioni

Del mancato election day e del relativo (e assurdo e inaccettabile) spreco di denaro pubblico abbiamo scritto proprio oggi su La7, quindi qui evitiamo di ripetere lo stesso concetto. Chi vuole può andare a leggersi il post.

Già su La7 abbiamo evidenziato un aspetto (marginale): tutti parlano di un costo di 400 milioni di euro. Una cifra folle, ma completamente inventata. E' una balla.
Precisazione: questo chiaramente non cambia niente, perchè anche 1 solo euro di spesa "inutile" non è accettabile. Ma è interessante capire come è nata questa balla. Il numero dei 400 milioni è stato "lanciato" dai fenomeni-economisti del sito LaVoce.info, e tutti - tranne qualche rara eccezione - l'hanno preso per buono
.
Oggi un articolo di Franco Bechis fa un po' di luce su questi 400 milioni. E spiega come questi formidabili economisti hanno calcolato quella cifra. Esempio: pensate che hanno calcolato tra i costi la mezzora che ogni italiano perderebbe per andare a votare (e tutto sulla base di dati Istat) per 3,15 euro a testa. Soldi che, chiaramente, non sono a carico dello Stato. Ma c'è anche il costo per l'affidamento dei figli (!?), ma solo per chi non ha i nonni (?!). Leggete l'articolo, è tutto spiegato bene. Che bravi questi ecoministi, ma un po' troppo accademici.


Referendum, con Bossi costa di più, ma non 400 milioni

(...) Devo chiedere scusa ai lettori di Italia Oggi perchè ieri anche io, fidandomi di tutte le dichiarazioni coincidenti, ho riportato nel mio articolo sul terremoto quella stima dei 400 milioni, che certamente sarebbero potuti essere degni di migliore causa. Sono poi andato a controllare e capito da cosa nasceva: da uno studio del febbraio scorso degli economisti della Voce.info. L’ho letto, mi sono preso tutte le relazioni tecniche sulle spese elettorali delle ultime politiche e delle consultazioni referendarie, e mi sono convinto una volta in più che degli economisti bisogna sempre e prima di tutto diffidare. In quei 400 milioni calcolati da loro ci sono circa 200 milioni di euro di quelli che vengono chiamati “costi indiretti”. Che sono? Semplice: 127 milioni di euro sarebbe il costo della passeggiata che ogni elettore dovrà fare per recarsi ai seggi due volte invece di una. Come viene calcolato? Gli economisti sostengono che andare al seggio due volte significa sprecare mezz’ora in media di più per ogni italiano. Il tempo è denaro, e quella mezz’ora vale 3,15 euro, cioè la metà del salario medio orario di un italiano calcolato dall’Istat (6,3 euro). Moltiplicata quella somma per tutti gli italiani che hanno votato alle ultime politiche si giunge proprio ai 127 milioni. Ora è chiaro a tutti come questa sia puro esercizio della fantasia: il tempo sarà denaro, ma non lo spendono le casse dello Stato. Poi alle europee di solito vota molto meno che alle politiche, e quindi perfino il calcolo di fantasia è fatto un po’ a spanne. Quella mezz’ora in più per altro potrebbe essere un fastidio, una noia (ma non è un obbligo votare) per qualcuno, ma un costo- fosse anche privato- proprio no. Domenica scorsa c’erano elezioni? No? E avete messo in tasca 3,15 euro di più dell’ultima domenica in cui siete andati a votare? E’ evidente come quei 127 milioni non siano un costo in più per nessuno e non siano un risparmio in caso di accorpamento per alcuno. Ma non è l’unica perla degli economisti. Perché altri 37 milioni di euro di costi indiretti deriverebbero dai costi sostenuti dalle famiglie. Come? Perché con i seggi occupati molte scuole sarebbero chiuse il lunedì, sostengono gli economisti. E allora? Allora “sono più di tre milioni le famiglie che hanno almeno un figlio nelle scuole pubbliche elementari o medie. Di queste il 33 per cento non ha nonni a casa ed entrambi i genitori sono occupati, e quindi con ogni probabilità dovranno fare ricorso a un aiuto esterno per la cura dei figli, Il costo medio di una prestazione di 4 ore nei servizi alla famiglia secondo i dati Istat è di 35 euro lordi; dunque i costi sostenuti dalle famiglie nell’affidamento dei figli in un giorno di chiusura delle scuole possono essere stimati in circa 37 milioni di euro”. Che bravi questi economisti! Naturalmente anche qui non si tratterebbe di costo pubblico, ma privato. Ma permettete una domanda: quante scuole fanno lezione il 22 di giugno? A nessuno è venuto in mente che ogni anno a quella data l’anno scolastico è già terminato? E che quindi i figli sono casa? Invece, accorpando al 7 giugno il referendum gli scrutatori dovranno lavorare sicuramente oltre al lunedì anche il martedì. E il 9 giugno probabilmente quei 37 milioni diventerebbero un costo indiretto in più. Che grazie a Bossi si risparmierebbero. Altri 37 milioni di euro vengono calcolati sulla mancata produttività di presidenti di seggio e scrutatori che avendo quell’impegno sono esentati dal lavoro. Anche questa cifra, del tutto virtuale, non è vera. Perché accorpando loro lavorerebbero più giorni consecutivi. Bossi costa di più, è vero. In tutto circa 100 milioni di euro. Ma tutti ci siamo bevuti i 400 calcolati da fantasiosi economisti...
Franco Bechis



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15 aprile 2009

Questo è servizio pubblico

Era ora. Dopo una settimana di polemiche, di accuse, di indignazioni quanto mai giuste, il nuovo Direttore Generale della Rai, Mauro Masi, ha chiesto a Santoro di attivare “fin dalla prossima puntata” i necessari e doverosi riequilibri informativi in ordine ai servizi andati in onda dall’Abruzzo giovedì scorso. Inoltre, ed è cosa sacrosanta, la Rai “in via cautelativa e fin da subito” non intende avvalersi delle prestazioni del vignettista Vauro Senesi. Masi spiega infatti che la vignetta sull’aumento delle cubature dei cimiteri è “gravemente lesiva dei sentimenti di pietà dei defunti e in contrasto con i doveri e la missione del servizio pubblico. E ci mancherebbe altro, aggiungiamo noi.

Ovviamente le reazioni più o meno scandalizzate non hanno tardato a farsi sentire. Il sospeso Vauro, che magari vorrebbe pure far ridere con i suoi schizzi, dice che “la notizia si commenta da sola”, mentre il leaderino pro-tempore del Piddì, Dario Franceschini, si augura che Santoro non venga sottoposto a censura, pur ribadendo che a lui quella trasmissione non è che piaccia troppo. Non si tratta di libertà di espressione, bensì di limite della decenza.

E stavolta il circo santoriano l’ha superato tutto. E chi sbaglia, non si sa se in buona o cattiva fede, deve pagare. Sempre. 


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12 aprile 2009

Lettera pasquale

Riceviamo e pubblichiamo, augurandovi una buona Pasqua.

Caro Daw,
vi scrivo per manifestare tutta la mia stanchezza. E penso che sia la stanchezza di molti italiani.
Italiani che come me sono stanchi, stanchi di vedere la carrellata giornaliera di strazio ed orrore che il cataclisma abruzzese ha lasciato.
Stanchi di sentire e di vedere leader politci e figuri di secondo piano che ci dicono la loro verità seminando nei dibattiti televisivi, lo squallido veleno delle responsabilità.
Stanchi di sentirci dire quello che si doveva fare e che invece non si è fatto.
Stanchi di vedere giornalisti impegnati nella quotidiana ricerca del dolore fra superstiti, una assurda caccia armata di illogiche e stupide domande.
Un trionfo dell'ovvietà, ingrediente principale dei loro fiumi di parole.
La straziante cerimonia funebre di ieri, quello sterminato piazzale riempito di bare, sono immagini che molti giovani come noi hanno visto soltanto in qualche polpettone cinematografico.
Un pugno nello stomaco, ad ogni ora.
E le parole di quegli sfortunati, la cantilena di un sordo eco che ripete in continuazione di non abbandonarli, non dimenticarli.
Ecco il punto: non dimenticarli.
Vorrei che per magia, da domani, la si smettesse con questo teatro delle lacrime e dalla cerimonia delle parole si passasse a quella dei fatti.
Troppo presto dici? No. Penso che bisogna subito mettersi a parlare di cosa fare. Regalare a questi poveri sventurati una speranza.
Dare subito loro l'impressione che dal dire si sta già passando al fare, senza se ne ma.
E' il modo migliore per fargli capire che il paese. Non basta dirglielo, bisogna farglielo sentire.
Vedere che tutto si sta già muovendo per il loro domani. Fargli subito sentire che la città verrà ricostruita, più moderna e più sicura.
Fargli sentire che la loro casa sarà ricostruita. Che il loro paese rivedrà la luce.
Non più storie da compatire, ma voci da ascoltare.
Non più speranza ma certezze.

Scusami per lo sfogo e buona Pasqua.




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10 aprile 2009

Il cuore di questo Paese

Oggi l’Italia era tutta lì, in quel grigio piazzale di una caserma della Guardia di finanza nei pressi de L’Aquila. Tutto un Paese raccolto attorno al dramma, al dolore, alla disperazione di un intero popolo, l’arcigno popolo abruzzese, che ha visto crollare tutta la propria vita in quei lunghi secondi che hanno segnato la notte dello scorso lunedì.  Gli italiani hanno tanti difetti, lo sappiamo bene… ce lo fanno notare continuamente; il Mondo non perde occasione per mettere in luce i nostri infantilismi, la nostra superficialità congenita. Eppure, nel momento della tragedia, riusciamo a diventare popolo, riusciamo ad essere uniti come accade solo (e non completamente) in occasione dei grandi eventi sportivi, quando quasi tutti riscoprono l’amor patrio.

La catena di enorme solidarietà che si è attivata fin da subito, fin da quella maledetta notte che ha piegato l’Abruzzo, è stata esempio lampante del grande cuore che, sotto sotto, questa Nazione ha. Smettiamola di essere sempre schifati da questo Paese, finiamola di vergognarci di essere italiani, come se gli “altri”, i campioni dell’onestà, della correttezza e dell’autorevolezza, fossero tanto migliori di noi. E’ l’eterno problema del sentirsi sempre inferiori a coloro che passano le giornate a giudicarci (male), di coloro che aspirano a insegnarci come vivere, come lavorare, come pensare. No, dobbiamo ritrovare, magari piano piano, un po’ di orgoglio, un po’ di amore per l’Italia. Non è retorica spicciola, non è nazionalismo. E’ solo un semplice constatare come nel momento del bisogno tutte le tensioni, tutte le baruffe, tutte le divisioni, tutto il parlare e lo straparlare del politically scorrect nostrano, vengano meno.

Uno Stato che si rispetti è questo, opera così: dinnanzi al dramma, si è tutti uniti, senza distinzione di provenienza regionale, senza distinzione d’orientamento politico. Si lavora giorno e notte per far sentire la propria presenza accanto a chi soffre, accanto a chi è disperato.
Quanta commozione hanno destato le immagini delle anziane con lo sguardo vuoto che fissavano, sedute su piccole sedie, le macerie delle proprie case. E i pianti disperati di chi non ha più nulla, né casa né affetti. Nel giro di qualche secondo migliaia e migliaia di persone, che magari stavano pensando a come passare la Pasqua, si sono ritrovate a passare dal comodo letto di casa alla brandina di una tenda allestita dall’eccezionale Protezione civile italiana, alla quale tutti dovremmo dire grazie. Ed un grazie deve andare anche alle migliaia di volontari che si sono messi in marcia da ogni angolo del Paese per raggiungere l’Abruzzo: quelle colonne infinite di mezzi e di uomini che hanno attraversato in lungo e in largo la penisola rimarranno scolpiti nella memoria di tutti noi che abbiamo vissuto, direttamente o indirettamente, il terremoto del 6 aprile. Gente comune che magari avrebbe preferito prendersi qualche giorno di vacanza in coincidenza con la Pasqua ha invece scelto di andare lì, sfidando l’angoscia e la distruzione per dare una mano. Non è molto, si sa. Però è sempre qualcosa.

 Spesso, basta una parola, una carezza, un sorriso. Sarà infatti importante non abbandonare mai questo popolo, soprattutto quando i riflettori dei media si saranno spenti, quando il sisma abruzzese diverrà un modesto trafiletto a pagina 15 dei grandi quotidiani nazionali. Sarà allora che la solidarietà italiana, che il grande cuore di questo Paese dovrà farsi sentire in maniera ancora più forte. Coraggio Abruzzo, ce la farai. L’Italia tutta è al tuo fianco.


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