
Oggi il neo brizzolato Barack Hussein Obama “festeggia”
due mesi di permanenza alla Casa Bianca. E’ prematuro trarre bilanci, come è ovvio. Però qualcosa si può già dire sulle prime mosse del Presidente che tutto può, stando almeno ai ritornelli sentiti e risentiti durante i mesi della campagna elettorale. Innanzitutto l’incredibile e
inaspettata difficoltà a formare la propria squadra, quella che avrebbe dovuto rappresentare una svolta per gli Stati Uniti, intontiti da otto anni di dominio-Bush. Dopo la rinuncia di Richardson al Commercio, è stato il turno dei due assi Tom Daschle e Nancy Killefer, tutti inguaiati con il fisco.
E ora, proprio nel bel mezzo della
“più grave crisi della nostra vita”, Obama rischia di perdere l’uomo su cui ha probabilmente scommesso di più, il giovane e rampante
Tim Geithner, Segretario al Tesoro. Le accuse che in queste ore stanno piovendo addosso al “golden boy” preteso e paragonato dal Presidente niente di meno che ad uno dei Padri fondatori come Alexander Hamilton, vanno dal
“burocrate incapace di presentare un piano dettagliato di rilancio al Fondo Monetario Internazionale” al
“bugiardo truffatore dei contribuenti” (New York Post). In sostanza, il giovane (e arrogantello) Geithner viene accusato di aver sottovalutato un po’ tutto, di
scarsa capacità nel far ripartire la macchina Usa e di aver taciuto in merito alla vicenda dei bonus Aig. C’è già chi scommette, nello stesso establishment democratico, che Tim non arriverà a giugno, manco fosse un Siniscalco (ah, chi se lo ricorda ancora?) qualsiasi. Sarebbe una
mazzata tremenda per il santone di Chicago che tanto avrebbe voluto assomigliare a Roosevelt e che invece qualcuno già accosta allo sciagurato Hoover (non quello degli aspirapolvere miracolosi, ma quello che di mestiere faceva il Presidente degli States quando Wall Street crollò nel lontano ’29).
A peggiorare ancora le cose, e lo scrive anche
l’Unità (che non rientra nelle proprietà di Murdoch), c’è il
crollo di popolarità e di fiducia dell’elettorato americano nei confronti dell’uomo che ha travolto tutto e tutti lo scorso 4 novembre: dal 30% di
approval index fatto segnare nei giorni dell’incoronazione al misero 4% di qualche giorno fa. E come se non bastasse, dopo anni ed anni di vacche magrissime indegne perfino di pascolare lungo le sponde del Gange, i disastrati
Repubblicani sono tornati in testa nel
“generic congressional ballot”: in parole povere, la maggioranza degli americani oggi (stando al sondaggio) voterebbe per un candidato del Gop nel proprio distretto e non per un democratico.
Un mezzo disastro, se si pensa al plebiscito di qualche mese fa. Sui giornali si inizia a ritenere che kermesse, pianti, gioie ed emozioni varie abbiano
messo in ombra la sostanza, la ricetta di Obama. Modestamente, qui lo avevamo scritto più e più volte: dietro la retorica dal vago sapore kennedyano e mitologico, poco o nulla. Del
change, della svolta, del new deal non si è vista neanche l’ombra, anzi: la prima mossa è stata quella di tirarsi in casa Hillary, l’avversaria più combattuta dell’estenuante e lunga campagna elettorale. Roba vecchia, riciclo di vecchie facce, in linea con il nostro quarantennale Dc-style.
Osservando da fuori i primi passi della nuova Amministrazione, sembra di poter dire che manchi un punto di riferimento, un
target ideale: si va a tentoni in ogni campo…dall’economia alla bioetica, dalla politica di difesa a quella estera. Si chiude l’Iraq per aumentare le truppe in Afghanistan; da una parte ci sono i baci tra Hillary e Peres, dall’altra la mano tesa all’Iran.
E’ presto per tirare le somme, ovviamente. Però l’aria che tira non è buona per Barack. Il tempo per correggere la rotta c’è, ma
non va sprecato. Lo spettro del mitico Jimmy Carter è sempre lì, che aleggia sulle teste dei Dems come monito quasi divino. Carpe diem, Mr Obama. Tempus fugit.
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E INTANTO L' AYATOLLAH KHAMENEI risponde all'apertura di Obama:
"Usano tanto lo slogan cambio, ma in pratica non si vede alcun cambiamento. Gli Stati Uniti sono odiati nel Mondo e dovrebbero smetterla di interferire negli affari interni degli altri Paesi".